
Immagina di avere finalmente risolto tutto: il lavoro, la casa, quella discussione in famiglia. Saresti in pace? Forse per una settimana. Poi arriva altro, perché arriva sempre altro. Se la pace interiore dipendesse dall’assenza di problemi, nessuno la proverebbe mai a lungo. Eppure c’è chi la prova anche nei periodi difficili. Cosa hanno di diverso? Vediamo cosa si può dire con onestà, cosa ha una base di ricerca e cosa è soltanto una bella frase.
Una definizione che non promette miracoli
Pace interiore non è un termine tecnico della psicologia, e conviene dirlo subito. Nei testi di divulgazione indica spesso uno stato di quiete, ma la ricerca parla piuttosto di capacità: la capacità di restare in contatto con quello che accade senza farsene travolgere.
Il lavoro più vicino a questa idea è quello sulla flessibilità psicologica. Nel 2010 Todd Kashdan e Jonathan Rottenberg hanno pubblicato su Clinical Psychology Review una rassegna in cui la descrivono come la capacità di riconoscere le richieste di una situazione, di cambiare mentalità o comportamento quando quello usato non funziona, di tenere un equilibrio tra le aree importanti della vita e di restare aperti e coerenti con i propri valori. Non c’è scritto “stare calmi”. C’è scritto adattarsi, restare presenti, scegliere.
Una precisazione che ci tiene onesti: una rassegna riunisce molti studi, non ne dimostra uno solo. E la flessibilità psicologica non coincide con il sentirsi sereni.
Tre idee sbagliate sulla pace interiore
Le sentiamo ripetere spesso, e ci sembra giusto smontarle.
- Pace come assenza di emozioni. Non è questione di non sentire rabbia, paura o tristezza. Sopprimerle di rado le fa sparire. La pace somiglia di più a un posto in cui le emozioni possono stare senza comandare.
- Pace come positività obbligatoria. Dirsi “va tutto bene” quando non è vero stanca. Il corpo lo sa.
- Pace come ritiro. Scappare dai conflitti o dalle persone difficili dà sollievo per poco, e spesso lascia il problema intatto.
Come si allena, senza pseudoscienza
Qui non c’è un metodo unico con garanzia di risultato, e diffidiamo di chi lo vende. Ci sono pratiche piccole, che molte persone trovano utili e che si possono provare per qualche settimana.
Dare un nome a quello che senti. “Adesso sono in ansia” è già diverso da “sono un disastro”. Distanza minima, effetto concreto: il pensiero smette di essere tutta la stanza.
Separare ciò che dipende da te da ciò che no. Prendi un foglio e fai due colonne. Spesso la seconda è lunga e la prima ha tre righe. Concentrarti sulle tre righe è già un modo per ridurre il peso.
Un’azione piccola in linea con ciò che ti sta a cuore. Se per te conta la famiglia, una telefonata. Se conta la salute, una camminata di venti minuti. Non servono grandi gesti, serve che il gesto sia coerente.
Un momento fisico di rallentamento. Camminare lentamente, respirare più piano, restare in silenzio due minuti. Una ricerca su 38 persone pubblicata nel 2015 da Gregory Bratman e colleghi ha trovato meno ruminazione dopo 90 minuti di camminata nella natura, ma non dimostra che basti per tutti, e ne parliamo meglio in camminare nella natura calma la mente? Cosa dice la ricerca.
Nella nostra esperienza di camminatori, la fatica smette di sembrare un nemico nel momento in cui smettiamo di pretendere che non ci sia. È un’osservazione nostra, non un dato scientifico. Eppure somiglia molto a quello che descrive la letteratura sull’accettazione.
Un esempio di tutti i giorni (inventato, ma verosimile)
Ti arriva una mail che ti irrita. Lo stomaco si stringe, la mascella pure. Il primo impulso: rispondere subito. Un’alternativa: fermarti un minuto, nominare la rabbia, chiederti cosa dipende da te in questa situazione e decidere se rispondere oggi o domani. Il problema non è sparito. Tu però sei un po’ meno trascinato. Abbiamo scelto un caso banale apposta, perché è lì, nelle piccole cose, che questa capacità si allena.
Quando la pace interiore sembra lontana
Se un problema è reale, la pace non passa dal fingere che non esista. A volte il passo giusto è chiedere aiuto, e non c’è niente di debole in questo.
Se ti accorgi che tristezza, ansia o rabbia durano da settimane, che dormi male in modo costante o che non riesci più a fare le cose di tutti i giorni, rivolgiti al medico di base o a uno psicologo o psicoterapeuta abilitato. Questo testo è informativo e non sostituisce una valutazione professionale. Se stai pensando di farti del male, contatta subito il numero di emergenza 112.
Per una routine concreta da cui partire, trovi cinque abitudini piccole e misurabili. Per una pratica di cammino lento, c’è camminare piano, ispirata al passo dell’asino.
Domande frequenti
La pace interiore è la stessa cosa della felicità?
No. La felicità riguarda soprattutto emozioni piacevoli e soddisfazione; la pace interiore descrive come ci si pone davanti a ciò che accade, anche quando non è piacevole. Si possono avere momenti infelici e un fondo di pace, e viceversa.
Meditare è necessario?
No. Esistono molte strade: camminare, scrivere, stare in silenzio, parlare con una persona di fiducia. La meditazione funziona per alcune persone e non per altre, e non è l’unico modo.
Quanto tempo ci vuole per sentirsi più in pace?
Non esiste una risposta valida per tutti. Conviene provare una pratica per qualche settimana, osservare cosa cambia e tenere solo ciò che ti serve, senza aspettarti un punto di arrivo.
Se domani un problema che ti pesa non si risolvesse, quale piccolo gesto potresti fare comunque per stare un po’ meglio dentro la giornata?