Fiaba di Biancaneve e i sette nani

BIANCANEVE, I SETTE NANI

Fiaba da leggere ed ascoltare

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C’era una volta una regina ch’era chiamata la Buona,
perchè passava tutto il suo tempo ad accudire con gioia
alle faccende domestiche; paziente, alacre e volonterosa.
Un giorno, di pieno inverno, che cadeva la neve a
larghe falde, questa regina se ne stava a cucire, seduta
accanto alla finestra. Il davanzale era coperto di neve e
il suo candore, più che mai, risaltava nella cornice
d’ebano della finestra. Ad un tratto, la buona regina,
mentre guardava le falde di neve scendere come candide
piume dal cielo, plumbeo, si punse un dito con l’ago. Tre
stille di sangue caddero sulla neve, e la regina
ammirando il bel rosso che risaltava sul candido strato,
mormorò fra sè:
— Oh! potessi avere una mia bambina che fosse
bianca come la neve e avesse un buon sangue vermiglio
come questo che ora contrasta col candore della neve, e
gli occhi e i capelli neri avesse come l’ebano di questa
finestra! Quanto sarebbe bella! E come ne sarei felice!
Non passò molto tempo che infatti venne al mondo
una reginella.
Aveva la pelle bianca come neve,
Le gote liscie e rose come mele,
Chiome lucenti aveva come spere,
Folte ricciute e nere.

Questa reginella tanto bella diede una gioia immensa
al re e al suo popolo; ma la gioia fu seguita da un grande
dolore: la buona regina morì poco dopo… Alla reginella
diedero il nome che aveva suggerito la mamma sua
morendo, e la chiamarono Biancaneve.
Il re era un uomo spensierato ed aveva poca memoria.
Dopo un anno volle avere un nuova regina e sposò una
donna bellissima, che era chiamata la Bella, ma che era
altera, vanitosa e cattiva. Essa non voleva che alcuna
donna fosse più bella di lei. Possedeva uno specchio
meraviglioso, uno specchio magico che sapeva parlare.
La regina non cessava mai di contemplarvi la propria
bellezza continuando a chiedere se vi fosse, nelle sue
terre, una più bella di lei. E insistentemente chiedeva:
Amico specchio, fedele specchietto,
Tu levami la pena e parla schietto:
Dimmi se son fra tutte io sola quella
Che nel mondo tu stimi la più bella!
e lo specchio rispondeva:
Regina, mia Regina, son sincero:
Mai vidi più di te bella davvero!
La regina era felice perchè sapeva che lo specchio
non poteva mentire.
Ma Biancaneve cresceva ed ogni giorno diventava
più bella. A sette anni era radiosa come il più bel giorno
di sole. Accanto a lei la bellezza della matrigna
sembrava oscurarsi. E un bel giorno, la vanitosa regina,
che come al solito interrogava lo specchio fedele, s’ebbe
da questo la seguente risposta:
Sincero son : la tua bellezza è grande,
Ma Biancaneve spande
Un incanto gentil di nuova aurora
Che mai non vidi ancora.
La regina a queste parole, aveva impallidito d’ira e
d’invidia e da quel giorno le era nato in cuore un odio
profondo per la figliastra. E incominciò così a
tormentarla di giorno e di notte. Poi l’odio divenne così
grande che non potè più.
Chiamò allora un suo fidato guardacaccia e gli disse:
— Condurrai la principessina nel più fitto della
foresta e la ucciderai, perchè io non posso più
vedermela intorno. E bada, a prova della tua
obbedienza, voglio che tu mi porti il suo cuore.
Il guardacaccia ubbidì e condusse via Biancaneve.
Ma quando furono lontani lontani, tutti soli nel mezzo
del bosco e il guardacaccia sfoderò la sua spada per
uccidere la principessina, essa si mise a piangere
dirottamente e a supplicarlo di lasciarle la vita.
— Se la regina non mi vuole, ti prometto che non
tornerò alla reggia mai più, ma non uccidermi, non
uccidermi, ti supplico.
Il povero guardacaccia abbassò la spada e guardata la
bambina ch’era tanto bella, preso da grande pietà,
rispose:
— Vai piccina, vai, fuggi via subito.
Il guardacaccia pensava che le bestie feroci, delle
quali era pieno il bosco, avrebbero ben presto divorato
la piccina; ma egualmente si sentiva il cuore più leggero
di non essere stato costretto ad ucciderla con la sua
spada. Diede la caccia a un animale selvatico, l’uccise e
gli strappò il cuore. Lo portò poi alla regina come prova
che aveva eseguito il suo ordine. La cattiva regina
credendolo il cuore dell’odiata figliastra, lo fece
cucinare e lo mangiò avidamente, felice ormai di essere
ancora una volta la donna più bella delle sue terre.
Intanto, la povera Biancaneve rimasta sola
nell’immensa foresta tremava di paura al più piccolo
fruscìo, al più lieve stormire di foglie. Ora camminava
lenta lenta guardandosi intorno e trattenendo il respiro:
ora si metteva a correre, senza badare nè a sassi, nè a
spine, per sfuggire alle bestie feroci. S’accorse, tuttavia,
ben presto, che le bestie le passavano accanto senza
farle alcun male, e allora riprese coraggio.
Andava, andava, senza saper dove andava e perchè
andava, e così passò sette valli e varcò sette monti e alla
fine i piedi non la ressero più. Scendeva anche la notte
frattanto e lei, poverina, non sapeva dove avrebbe
potuto trovar rifugio per dormire. Al momento che stava
per cadere a terra sfinita, le apparì dinanzi, come in un
miraggio, una bella casettina, piccina piccina.
Dopo un momento di esitazione, Biancaneve entrò
nella casetta. Con sua gran meraviglia, nella minuscola
casa tutte le cose erano sì, piccole piccole, ma pulite e
ordinate. Nel mezzo c’era una tavola apparecchiata per
sette persone e intorno alle pareti sette lettini con le
lenzuola candide come la neve. Sulla tavola vi era pane,
minestra e vino. Biancaneve aveva tanta fame e tanta
sete, che decise di mangiare da ogni piatto una
cucchiaiata di minestra, di ogni pane un boccone, e da
ogni bicchiere di bere un sorso di vino. Pensava che così
facendo il danno non sarebbe stato grande, e non
avrebbe fatto torto a nessuno.
Dopo aver mangiato, Biancaneve fu presa da un gran
sonno e allora pensò di coricarsi in uno di quei candidi
lettini. Ma il primo era troppo stretto, il secondo troppo
corto, il terzo troppo lungo, il quarto troppo largo, il
quinto troppo duro, il sesto troppo basso; il settimo
soltanto era quello che andava bene per lei.
Si coricò dunque e si addormentò d’un sonno
profondo.
Così Biancaneve dormiva, dormiva,
Sul candido letto di morbide piume,
Sognando cullarsi alla tacita riva
D’un lento e lucente magnifico fiume.
E mentre tranquilla dormiva, dormiva,
Dal cielo la mamma scendeva alla riva.
La casettina, dove aveva trovato rifugio Biancaneve,
apparteneva a sette piccoli nani, che dall’alba al
tramonto scavavano la montagna vicina in cerca d’oro.
Ritornavano sempre alla loro casetta quando già
spuntavano le stelle nel cielo.
Ed ecco che anche quella sera arrivano come al solito
con le loro zappette sulle spalle, stanchi e affamati.
Entrano in casa, accendono i loro sette lumini e subito
s’accorgono che vi è stato qualcuno perchè non tutte le
cose sono nello stesso ordine in cui le hanno lasciate al
mattino partendo.
Il primo nano esclama:
— Chi ha mangiato nel mio piatto?
E il secondo:
— Chi ha mangiato del mio pane?
E il terzo:
— Chi ha mangiato della mia minestra?
E il quarto:
— Chi ha bevuto il mio vino?
E il quinto:
— Chi ha toccato il mio cucchiaio?
E il sesto:
— Chi ha toccato il mio coltello?
E il settimo:
— Chi ha toccato il mio bicchiere?
Poi il primo si mise a gridare
— C’è stato qualcuno nel mio letto!
Tutti accorrono al proprio lettuccio e tutti gridano:
— Anche nel mio c’è stato qualcuno
Il più piccino dei nani è l’ultimo ad arrivare al suo
lettuccio. Quale meraviglia! Vi trova Biancaneve che
dorme placidamente, bella come un angelo, mentre
sogna del grande fiume e della sua buona mamma che
scende dal cielo per proteggerla.
Il piccolo nano chiama a bassa voce i compagni e tutti
accorrono coi loro lumi e tutti rimangono meravigliati
della bella fanciulla addormentata.
Il nano più grande mormora ai compagni:
— Facciamo piano, piano, perchè non si svegli.
Si siedono a tavola, felici e contenti di aver
Biancaneve nella loro casetta. Mangiano senza far
rumore e poi piano piano se ne vanno a letto
camminando sulla punta dei piedi per non svegliarla.
Ma il più piccolo nano non sa dove dormire perchè vi è
Biancaneve nel suo lettuccio. I compagni propongono
allora che esso dorma un’ora nel letto di ciascuno di
loro. Così fecero infatti, e la notte passò per tutti
tranquilla.
Quando all’alba Biancaneve si svegliò, si fregò gli
occhi e si guardò attorno meravigliata. Ma ormai non
c’era più vicino a lei nè il grande fiume nè la sua
mamma. C’erano invece i sette nani, e Biancaneve prese
paura.
Ma i sette nani le furono intorno premurosi e gentili,
e Biancaneve riprese coraggio.
— Come ti chiami? Da dove vieni? – chiesero in coro
i sette nani.
— Mi chiamo Biancaneve.
— Ma perchè sei qui?… Come ci sei arrivata?
— La regina, mia matrigna, ha ordinato al suo
guardacaccia di condurmi nel fitto bosco e di uccidermi.
Ma il guardacaccia ebbe pietà di me; non mi uccise e mi
abbandonò nel bosco tutta sola. Dopo tanto correre e
dopo aver tanto tremato di paura, ho trovato la vostra
casetta.
I nani, a questo racconto, si commossero e proposero
a Biancaneve di rimanere con loro per tenere ordinata e
pulita la loro casettina.
— Sai fare da cucina?
— Sai lavare?
— Sai stirare?
— Sai cucire?
— Sai spazzare?
— Sai fare la calza?
— Sai preparare i letti?
Uno dopo l’altro i sette nanini le rivolsero in fretta
queste domanda. E ad ogni domanda Biancaneve
rispose:
— Sì, lo so fare.
— Allora se è così – dissero i nani – resta con noi e
faremo di tutto perchè tu sia felice.
— Ed io farò del mio meglio – concluse Biancaneve
– perchè non abbiate mai a lamentarvi di me.
Ogni mattina i sette nani tornavano ai monti colle
loro zappette a cercare l’oro dentro la terra e Biancaneve
rimaneva in casa a lavorare.
Ogni sera quando i sette nanini tornavano, trovavano
la cena pronta e la loro casetta sempre più bella.
Facevano le lodi a Biancaneve e tutti si sentivano l’un
dell’altro contenti…
Così Biancaneve felice viveva
In quella casina di quei sette nani,
Spazzava, puliva, lavava e cuciva,
E l’opra continua delle abili mani
Rendeva ogni giorno più bella e giuliva
La vita felice dei suoi sette nani.
Ogni mattina quando i sette nani uscivano dalla loro
casettina, non mancavano mai di raccomandare a
Biancaneve di non aprire la porta a nessuno e per
nessuna ragione.
— Bada – le dicevano – che la tua cattiva matrigna
può un giorno o l’altro scoprire che sei ancora viva e
cercare ancora di farti del male.
Non s’ingannavano i saggi nanini.
La malvagia regina che chiamavano Bella, dopo aver
divorato quello ch’essa credeva fosse il cuore di
Biancaneve, s’inorgogliva di essere ormai, senza
pericolo di rivalità, la più bella di tutte le sue terre.
Esultante andò a rimirarsi allo specchio magico,
interrogandolo;

“Amico specchio, fedele specchietto
Tu levami la pena e parla schietto:
Dimmi se son fra tutte io sola, quella
Che nel mondo tu stimi la più bella!
Rispose lo specchio:
O gentile regina,
Di bellezza splendente!
A te ognora s’inchina,
Ammirata la gente.
Ma dirti non è vano
Che lontano lontano
Di un colle sulla vetta
C’è una linda casetta.
L’abitan sette nani
Ed è piena d’arcani…
Là dentro, o mia regina,
C’è una principessina
Che ha nome Biancaneve, ed è, ahimè
Le mille volte più bella di te.”

A queste parole la malvagia regina ebbe un gran
colpo al cuore. Sapeva che lo specchio non diceva bugie
ed era perciò certa che il guardacaccia l’aveva ingannata
e che l’odiata figliastra era ancora in vita. Montò su tutte
le furie e si fece indicare dallo specchio la strada per
giungere alla casetta dei sette nani. Poi si mise a pensare
come avrebbe potuto sopprimere Biancaneve e rimanere
per sempre la più bella donna del suo regno. Pensò tutto
un giorno e tutta una notte e all’alba si truccò il viso da
vecchia, si vestì da povera venditrice ambulante e, resa

così irriconoscibile, uscì da una porta segreta della
reggia e raggiunse il bosco.
Camminò per ore e ore, passò sette valli e varcò sette
monti e alla fine arrivò alla casetta solitaria dei sette
nanini.
Sotto le finestrelle della piccola casa si mise a gridare
con voce roca:
— Mercerie, mercerie! Chi compra le mie belle
mercerie?
Biancaneve, incuriosita, si affacciò alla finestrella.
— Buon giorno, buona donna, – disse. – Cosa vendi
di bello?
— Pettini magnifici, nastri di seta e di velluto, fasce e
cinture di tutti i colori – rispose la merciaia, mostrando
a Biancaneve una cintura di seta ricamata d’oro e
d’argento.
Biancaneve battè le mani per la meraviglia e pensò
che sarebbe stata felice di possedere una cintura tanto
bella. Esitò un poco ricordando la raccomandazione dei
sette nani, di non aprire la porta a nessuno, ma poi,
considerando che si trattava di una povera vecchia
merciaia, curva per gli anni e stanca di fatica, aprì la
porta.
Entrata in casa, la cattiva regina le vendette la cintura
e con voce suadente gli disse:
— Lascia, mia bella piccina, che ti aiuti ad
affibbiarla. Da te sola non lo potresti mai fare.
Biancaneve non sospettò di nulla; volse le spalle alla
supposta merciaia e questa afferrati i capi della cintura,
gliela strinse alla vita con tanta forza rabbiosa che la
povera Biancaneve cadde per terra priva di sensi.
— Finalmente, – gridò la regina soddisfatta – avrai
finito di essere la più bella! – E assicuratasi che la
cintura non si potesse più slacciare, s’affrettò a lasciare
la casetta.
La sera, quando i sette nanini tornarono a casa per la
cena, trovarono Biancaneve distesa per terra, pallida e
senza respiro. Si spaventarono credendola morta. La
sollevarono con ogni cura da terra e la trasportarono sul
più vicino dei sette lettucci. Uno dei nani s’accorse della
nuova cintura di seta, ricamata d’oro e d’argento che
Biancaneve aveva in vita, e notò pure ch’essa era troppo
stretta. Non riuscendo a slacciarla, i piccoli nani
tagliarono la cintura e subito dopo tornò un po’ di colore
alle gote della fanciulla che riprese a respirare
lentamente. Con gran gioia dei sette nanini, Biancaneve
non tardò a ritornare in sè e riaprire gli occhi.
Appena la bella principessina potè parlare, raccontò
quello che le era accaduto.
— Quella che tu hai creduto – disse uno dei nani –
una povera merciaia ambulante, altro non era che la tua
matrigna, la malvagia regina invidiosa della tua
bellezza.
— Ti avevamo pur raccomandato – disse un altro dei
nani – di non aprire la porta a nessuno. Ma tu non hai
voluto ascoltarci, e così potevi morire.
— Un’altra volta, – disse un altro nano – sii più
giudiziosa e segui i consigli di noi che ti vogliamo bene!
Intanto la regina era tornata alla reggia e s’era subito
messa a interrogare lo specchio:

Amico specchio, fedele specchietto
Tu levami la pena e parla schietto:
Dimmi se son fra tutte io sola, quella
Che nel mondo tu stimi la più bella!
Rispose lo specchio
O gentile regina,
Di bellezza splendente!
A te ognora s’inchina,
Ammirata la gente.
Ma dirti non è vano
Che lontano lontano
Di un colle sulla vetta
C’è una linda casetta.
L’abitan sette nani
Ed è piena d’arcani…
Là dentro, o mia regina,
C’è una principessina
Che ha nome Biancaneve, ed è, ahimè,
Le mille volte più bella di te.
— Oh! – esclamò la regina furiosa – neppure questa
volta l’odiata Biancaneve è morta!
Tutto il sangue le affluì alla testa, si mise a smaniare
di rabbia e a cercare un altro mezzo per uccidere la
figliastra.
Questa volta immaginò di avvelenare un bel pettine di
madreperla e di offrirlo, con una stratagemma, alla
figliastra.

Si truccò nuovamente come una povera donna, ma
ben diversamente della prima volta, e si mise in
cammino, giurando in cuor suo di riuscire questa volta a
liberarsi della figliastra.
Passò sette valli, varcò sette monti e giunta che fu alla
porta dei piccoli nani, bussò gridando:
— Collane, pettini, spille, per le ragazze belle! Chi
compra la mia merce? Chi compra la mia merce?
Biancaneve s’affacciò alla finestrella e disse alla
donna:
— Mi rincresce, non posso comprar nulla.
— La mia merce è bella e costa poco.
— Non devo aprire la porta a nessuno!
— Guarda quant’è bello questo pettine! – E la falsa
merciaia mostrò a Biancaneve il pettine di madreperla.
Biancaneve non aveva mai visto un pettine tanto bello
e finì per lasciarsi convincere ad aprire la porta.
Conclusa la vendita, la venditrice disse:
— Lascia che per la prima volta t’insegni a pettinarti
io con questo pettine.
E l’ingenua Biancaneve che non poteva adattarsi a
pensar male di nessuno, la lasciò fare.
E allora la trista matrigna, incominciò a pettinarla con
tale violenza che la ferì brutalmente al capo col pettine
avvelenato. E la povera Biancaneve cadde a terra
svenuta.
— Questa volta sei servita a dovere! – gridò la cattiva
regina. – Non sarai più tu la più bella!
E fuggì via.

Per fortuna i piccoli nani tornarono quel giorno a casa
prima del solito. Appena videro Biancaneve stesa per
terra, pensarono subito ad un nuovo tranello della
matrigna. Trovarono il pettine, glielo tolsero e a poco a
poco Biancaneve tornò in vita e raccontò quanto le era
accaduto.
Più che mai i piccoli nani l’ammonirono, mettendola
in guardia contro nuove insidie e perfidie della matrigna
che certamente non avrebbero tardato a verificarsi, e
questa volta si fecero solennemente promettere da
Biancaneve che non avrebbe mai più aperta la porta per
nessuna ragione al mondo a chicchesia.
La regina intanto era tornata alla reggia e si era
ancora una volta seduta davanti allo specchio,
rivolgendogli la solita interrogazione:

“Amico specchio, fedele specchietto
Tu levami la pena e parla schietto:
Dimmi se son fra tutte io sola, quella
Che nel mondo tu stimi la più bella!
Ma anche questa volta lo specchio rispose:
O gentile regina,
Di bellezza splendente!
A te ognora s’inchina,
Ammirata la gente.
Ma dirti non è vano
Che lontano lontano
Di un colle sulla vetta
C’è una linda casetta.
L’abitan sette nani
Ed è piena d’arcani…
Là dentro, o mia regina,
C’è una principessina
Che ha nome Biancaneve, ed è, ahimè,
Le mille volte più bella di te.”

Alla spietata risposta che non mutava ancora, furente
d’odio, d’ira e di desiderio di vendetta, la regina gridò
— Biancaneve dovrà ad ogni costo perire!
S’appartò in una sua stanza segreta, ove nessuno ci
poteva entrare e con fine arte e grande pazienza infiltrò
un potente veleno in una magnifica mela. Di fuori il
frutto era rosso, fresco, sì che faceva venire l’acquolina
in bocca al solo guardarlo, ma bastava mangiarne un
pezzettino per morire avvelenati.
La regina si travestì da contadina, tingendosi i capelli
e truccandosi il volto in modo da poter trarre chiunque
in inganno. Riempì un cestino di mele, pose tra esse la
mela avvelenata, e per la terza volta entrò nel bosco.
Passò sette valli, varcò sette monti, e giunse alla casa
piccolina dei sette nani.
Appena Biancaneve udì bussare alla porta, non seppe
resistere alla curiosità di vedere chi era. Scorse la
contadina col cestino delle mele e le disse:
— Non posso aprire. Me l’hanno proibito i sette
nanini.

— Se non puoi aprire, pazienza! Venderò ad altri le
mie mele; ma tu sei tanto bella che te ne voglio regalare
una.
— No, grazie! Non posso accettare nulla!
La regina capì che Biancaneve era stata messa in
guardia per bene contro ogni insidia, e fingendo di
scherzare disse:
— Credi forse che le mie mele siano avvelenate?
Guarda! Ora ne taglio una a metà.
Tirò fuori,un piccolo coltello e tagliò la mela in due.
— Ecco – diss’ella – la metà più bella è per te, la
metà più brutta è per me! – Così dicendo ella porse a
Biancaneve la parte ch’era rossa e conteneva il veleno e
si mise a mangiare l’altra parte bianca ch’era senza
veleno.
Biancaneve che desiderava tanto di mangiarselo
anche lei un bel pezzo di quella mela, rassicurata da
quell’atto, porse la mano dalla finestra e prese la metà
che le veniva offerta con tanta cortesia. Ma al primo
boccone, si rovesciò sul davanzale della finestra…
Biancaneve era morta.
— Questa volta – esclamò la regina esultante – non ti
sapranno destare neppure i tuoi sette nani! – E fuggì.
Giunta alla reggia corse allo specchio e chiese
Amico specchio, fedele specchietto
Tu levami la pena e parla schietto:
Dimmi se son fra tutte io sola, quella
Che nel mondo tu stimi la più bella!
Rispose allora lo specchio:

“Regina, mia Regina, son sincero
Mai vidi più di te bella davvero.”

La regina mandò un gran respiro di sollievo.
Finalmente la sua rivale era morta ed essa poteva
primeggiare per la sua bellezza su tutte le donne delle
sue terre.
Quando i sette nanini tornarono a casa, trovarono
Biancaneve morta. Pieni di dolore la sollevarono da
terra, la trasportarono sul lettuccio più vicino e
cercarono se mai avesse qualche ferita. Nulla! Nulla! La
spruzzarono con l’acqua fresca, la bagnarono col vino,
ma tutto fu vano… La loro amata Biancaneve era
veramente morta.
Costruirono allora una piccola bara, ve la deposero
dentro e rimasero per tre giorni e per tre notti a vegliarla
senza mai cessare di piangere.
Ma bisognava pure alla fine seppellirla… Senonchè la
povera morta non pareva morta: le sue guance erano
fresche e rosee e tutto il suo volto aveva una bellezza
luminosa e viva.
— Non possiamo seppellirla nell’oscura terra – disse
il primo nano. E gli altri, nani, in coro, gli diedero
ragione.
Tennero allora consiglio e alla fine decisero di non
seppellirla nella terra e di sostituire il coperchio di abete
della bara con uno di cristallo, così da poter sempre
ammirare la cara morta.
Quando il nuovo coperchio fu pronto, vi scrissero
sopra, a lettere d’oro:
BIANCANEVE, figlia di Re.
Ciò fatto, i sette nanini trasportarono la bara sulla
vetta del monte e uno di loro rimase a vegliarla. Il
giorno dopo un altro nano prese il posto del primo, e
così per turno continuarono a vegliarla.
Con grande meraviglia dei nani, incominciarono ad
arrivare alla vetta del monte le bestie della foresta.
Guardarono nella bara Biancaneve che pareva dormisse,
chinavano la testa e si lamentavano e piangevano alla
loro maniera.
La prima ad arrivare alla bara di Biancaneve fu una
civetta. Poi arrivò un merlo, poi un corvo, poi una
colomba, e poi lepri e caprioli ed uccelli ed animali
d’ogni specie, persino lupi ed orsi, ed una volpe con una
grande coda.
Biancaneve rimase lungo tempo lassù sulla montagna
nella piccola bara dal coperchio di cristallo, e sempre
pareva che dormisse, e sempre continuava ad essere
come la mamma sua l’aveva desiderata: bianca come la
neve, vermiglia come il sangue, e nera di chiome come
l’ebano… E sempre i piccoli nani a turno e gli animali
della foresta salivano a vegliarla.
Avvenne che un giorno, il figlio di un re, che tutti
chiamavano il Principe Azzurro, venisse a caccia nel
bosco e chiedesse per una notte ospitalità alla casettina
dei sette nani. La mattina dopo, i sette nani condussero
il Principe Azzurro sul monte ad onorare di una sua
visita la bara di Biancaneve.
Il Principe Azzurro stupito, ammirò la bella dormente
sotto il cristallo, lesse con meraviglia la scritta:
BIANCANEVE,
figlia di Re.
Rimase lungo tempo a guardarla e poi supplicò i nani
di dargli la preziosa bara perchè desiderava trasportarla
al castello del re suo padre.
— Chiedetemi per ciò – disse il Principe Azzurro ai
sette nani – qualunque somma e l’avrete.
— Noi non la daremo a nessuno, neppure per tutto
l’oro del mondo! risposero i nanini, risolutamente.
— Allora – riprese il Principe Azzurro – io vi
supplico di regalarmela… Voi non potrete mai
immaginare quanto amore io senta nel mio cuore per
questa bellissima fanciulla morta! Non comprendete che
io non potrò più vivere senza avere a me vicina
Biancaneve, figlia di re?… La terrò in grande onore
come la cosa più preziosa e più cara!
Tanto disse e supplicò il bel Principe Azzurro che alla
fine i nanini, commossi, gli donarono la bara.
Ma prima, che i suoi servi si caricassero la bara sulle
spalle, l’innamorato principe ordinò che sollevassero il

coperchio. Sollevato che l’ebbero, il principe si chinò a
baciare le labbra di Biancaneve.
— Oh, perchè sei morta, tu, la creatura più bella che
io abbia mai vista? – mormorò il principe, dopo che
l’ebbe baciata.
Dalla bocca socchiusa di Biancaneve uscì il
pezzettino di mela avvelenata ch’essa aveva mangiato e
subito dopo aprì gli occhi e si guardò intorno trasognata.
— Dove sono? Dove mi hanno messa? Che hanno
fatto di me? – esclamò con spavento.
— Sii tranquilla, Biancaneve! – le disse il Principe
Azzurro, che, nel vederla aprire gli occhi, s’era
inginocchiato, tremante, accanto alla bara, e non voleva
credere a tanta fortuna… – Non temere di nulla! Sei con
chi ti ama più di ogni altra cosa al mondo e che ti ha
cara più della propria vita!
— Chi sei tu, o signore?
— Sono il Principe Azzurro.
— Il Principe Azzurro! – ripetè Biancaneve
forzandosi di porsi a sedere nella bara.
Poi scorse i nanini e il suo volto s’illuminò di gioia.
— Oh, i miei cari nani, i miei buoni nani! – esclamò.
Il principe e i nani l’aiutarono ad uscire dalla bara.
— Scendiamo il monte! – propose il Principe
Azzurro, d’improvviso impaziente. – Voglio condurti, o
Biancaneve, al castello del re, mio padre, e farti mia
sposa.
— O, mio Principe Azzurro! – esclamò confusa
Biancaneve – Tua sposa?

I sette nanini danzarono per la gioia e i servi del
principe s’abbracciavano tra loro tanto erano contenti
dell’inaspettata felicità del loro signore…
Biancaneve scese il monte al braccio del Principe
Azzurro.
I sette nanini offrirono per cena tutto quello che
avevano nella loro casetta e fu la provvista di vino
quella che sofferse di più.
Quando ebbero finito di mangiare e di bere era già
notte.
— Dormite questa notte nella nostra casetta –
proposero i nani.
— Vorrei partire subito! – disse il Principe Azzurro. –
E guardando con trepida tenerezza Biancaneve
soggiunse: – Hai tu paura o mio amore, di attraversare il
bosco di notte?
— Con te, o mio Principe Azzurro, – rispose
Biancaneve, più che mai confusa – non avrò mai paura
di nulla!
— Allora partiamo! – esclamò, esultante, il principe.
Uscirono tutti dalla casetta.
Il cielo era pieno di stelle.
— Vieni! Sali in groppa al mio destriero! – disse il
Principe Azzurro a Biancaneve.
E Biancaneve, salutati i suoi nanini, salì agile in sella
accanto al suo principe.
Cavalcarono insieme tutta la notte per valli e per
monti, e all’alba giunsero al castello del padre del
Principe Azzurro.

la curiosità e l’invidia la spinsero a voler vedere la
sconosciuta rivale. Giunta al castello del re, padre del
Principe Azzurro, fu fatta entrare nella sala della festa e
subito riconobbe nella sposa Biancaneve. Rimase
sbalordita, e non potè più nè fare un gesto nè
pronunciare ua parola. Ma a lei avevano già pensato
quelli del castello. Le furono subito portate delle
pianelle di ferro rovente, e i servi la costrinsero a
calzarle, e cavalieri vennero che l’obbligarono a
danzare.
Piangeva e danzava la cattiva matrigna; urlava per lo
spasimo, ma doveva danzare…
Danzò più di un’ora fra spasimi atroci e alla fine
cadde a terra, morta.
E Biacaneve scordò la cattiva
Matrigna indegna, con lei sì crudele
Visse felice rendendo più viva
La gioia al principe sposo fedele.
E ogni anno si recava
Una volta a trovare
I suoi nani e portava
A loro in dono, cose belle e rare.
E i sette nani ogni volta contenti
Cantavano in coro le lodi seguenti:

«Biancaneve è la nostra reginetta.
Evviva Biancaneve la perfetta!
La madre era la Buona,
La matrigna la Bella;
Ma Biancaneve, quale buona stella
È la nostra regina Bella-Buona!»

Video fiaba Biancaneve e i sette nani

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