Trekking sulle Alpi: Lagorai

Trekking di scoperta in Trentino sulla catena del Lagorai, le montagne infinite.

La Catena del Lagorai è un gruppo montuoso situato nel Trentino orientale

escursioni trekking trentino LagoraiLagorai, valle dei Mocheni, toponimi e nomi che hanno risuonato nella mia mente per anni. Un vecchio numero di una rivista di settore che trattava l’argomento mi aveva incuriosito. Prima o poi avrei voluto conoscere questa parte di montagne poco frequentate. Qualche piccolo assaggio intorno all’anno 2000 quando una settimana bianca dedicata allo sci di fondo ci aveva costretto a modificare i programmi del ns gruppo per mancanza di neve. Ci eravamo spinti a piedi, dal versante della Val di Fiemme, verso le malghe più basse e già quella prima esperienza mi aveva fatto intuire quanto fosse interessante quel settore delle Alpi.

Un paio di anni fa avevo trovato in edicola uno speciale della rivista “ Meridiani” dedicato ai Lagorai. Il suo direttore , Mauro Albino Ferrari, una bella penna dell’editoria, aveva costruito un numero davvero di qualità. Aveva raccontato di questa anomala catena di montagne selvagge, contornate dalle cime più famose delle Dolomiti, in modo magistrale. Non aveva realizzato la classica descrizione delle caratteristiche geografiche e paesaggistiche del sito alpino ma aveva puntato ad esaltare altri aspetti di questo fantastico territorio , soprattutto quello relativo alle etnie che lo popolavano e alle loro attività. Aveva iniziato ponendo l’attenzione sulla lana delle pecore, assurdamente trattata come rifiuto speciale(!) , sui pastori e sulla transumanza , sulle loro difficili ma autentiche condizioni di vita e sulla storia dei Mocheni , gli abitanti di origine germanica che secoli prima avevano colonizzato le valli a sudovest della catena montuosa.

Come negli anni precedenti, anche questa volta , in me, si riaccendeva la curiosità di andare a conoscere questa area geografica e le sue tradizioni. Era giunto il momento di programmare il viaggio aprendolo, come mio solito “ i Trekking di scoperta di Montagnedilegami” a qualche camminatore che avesse voluto misurarsi con questa interessante e impegnativa esperienza.

A pochi giorni dalla chiusura delle iscrizioni aveva aderito un partecipante particolare, almeno per me, un giornalista che era reduce da un periodo di attività in Mongolia e che era interessato ai Lagorai e ai Mocheni per una sua futura pubblicazione su le etnie del mondo. Sarebbe stato decisamente interessante affrontare questo trekking con un personaggio di quel livello culturale, confrontarsi su vari temi e analizzare il panorama locale rispetto ad una visione globale che la sua esperienza professionale aveva maturato. Purtroppo un impegno improvviso in redazione lo aveva costretto a rinunciare e così avevo deciso di partire da solo. Due giorni prima di mettermi in viaggio per la Valsugana , base di partenza della traversata , l’amico Gianni, non nuovo ad unirsi alle mie “prime”, aveva sfidato i postumi di un brutto incidente domestico e si era unito a me per partecipare al programma. La mia idea iniziale era di partire dalla valle dei Mocheni e agganciarmi più a monte sulla alta via dei Lagorai. Avrei voluto soffermarmi tra le borgate , visitare i masi e alcune situazioni rurali caratteristiche . Conoscevo però la lunghezza della traversata da affrontare e le condizioni fisiche di Gianni . Dovevo mediare e allora avevo deciso di partire da una quota più alta e lasciare la visita dei Mocheni in un secondo momento. Per poter promuovere un futuro programma escursionistico nella zona , per me, era indispensabile conoscere la parte più difficile e faticosa del viaggio a piedi e verificare lo stato dei rifugi e dei bivacchi dislocati sul percorso.

Raggiungo Gianni nella sua residenza a Bassano e il sabato mattina , con sveglia alle 5 del mattino, un fortunato car pooling familiare, ci permette di raggiungere Vetriolo Terme. Salutiamo i suoi parenti che hanno altre mete e obbiettivi, il Tirolo con speck e ricerca di funghi, e con in nostri zaini non proprio leggerissimi ci prepariamo ad affrontare la prima tappa. Gianni si è occupato della preparazione dei viveri tenendo di conto del loro valore proteico e del loro peso riuscendo bene nel suo intento ma sacrificando , decisamente, il piacere della tavola. La differenza di peso la faranno, invece, senza possibilità di altre soluzioni, le scorte di acqua che nel primo tratto sembra scarseggi.

Sono le 7,30 quando arriviamo davanti alla chiesa di Vetriolo T. e al suo stabilimento di cure idropiniche; poche case, un albergo abbandonato e più sopra uno ancora in funzione. Il paese è deserto a quell’ora ma la strada tortuosa per raggiungerlo, l’assenza di servizi e di altre attrattive che di solito si trovano in questo tipo di centri benesere ci lasciano perplessi. Ci chiediamo quali sviluppi turistici avesse immaginato l’amministrazione pubblica. Forse, una risposta ce la da l’albero Roma, l’unico aperto , quando entriamo per fare colazione. Gli ospiti della struttura stanno facendo colazione a buffet e noi chiediamo due tranquilli caffè con brioche ma sembra una richiesta troppo difficile da esaudire, non hanno nulla da mettere sotto i denti e i caffè lunghi , alla fine, costeranno come oro ( il latte per macchiarli aveva inciso in modo considerevole su prezzo finale!). Facciamo buon viso all’inizio dell’avventura e ci godiamo la giornata soleggiata. Fatti alcuni centinaia di metri scopriamo un bar in posizione panoramica e comprendiamo che avevamo sbagliato obbiettivo; il gestore gentile, la musica degli America in sottofondo e gli strudel proposti consolidano il nostro buon umore e ci ricaricano di nuove energie. Sarà una giornata lunga e densa di emozioni. Iniziamo a risalire i boschi di conifere e passo dopo passo scorrono anche gli argomenti su cui ci confrontiamo, con Gianni ci siamo conosciuti alcuni mesi prima grazie all’interesse comune per gli asini e già si prefigurano collaborazioni concrete . Nel mezzo della conversazione volgiamo lo vista verso il sottobosco e ci sorprendiamo ad incrociare lo sguardo con quello di un capriolo che, probabilmente, da qualche minuto ci stava osservando con un espressione tra l’incuriosito e il perplesso . Pochi secondi , entrambi siamo immobili di fronte a lui, si sente scoperto e con leggerezza fugge via .

Salendo di quota il bosco lascia spazio ai pascoli, il tempo bello spinge ad avanzare nonostante la temperatura sia già alta dalle prime ore del mattino. Arriviamo su una prima cima , il M. Fravort a 2347 mt di quota e qui troviamo anche i primi segni della guerra cruenta che si è combattuta nel 1° conflitto mondiale. Resti di baraccamenti riportati alla luce dagli scavi, trincee e filo spinato, elementi che si ripresenteranno in molti altri tratti di un trekking lungo 6 giorni.

Opere militari che fanno comprendere lo sforzo umano profuso in quegli anni terribili , giorni di lavoro per costruire linee di difesa, edifici per riparo e lunghe mulattiere realizzate posando con cura lastre di pietra atte a creare un fondo e una pendenza regolare necessarie per far avanzare i muli con le attrezzature e le truppe.

Cammineremo per molte ore attraversando pascoli verdi, fioriture , e tipica vegetazione di quota guidati dal profumo di essenze esaltato dal calore solare.

Ogni tanto saremo interrotti nei nostri pensieri dal fischio delle marmotte che segnalano alle altre la nostra presenza. Sotto di noi le vallate si aprono e qualcuna di queste ci colpirà in modo particolare per la sua bellezza incomparabile. Immagini da cartolina, lingue di pascoli verdeggianti bordate da ordinati boschi di pino e abete che si distendono sinuose e si aprono verso i centri abitati più vicini. Qua e la le si vedono malghe con il bestiame che tranquillamente si muove alla ricerca delle erbe preferite.

Tutto un altro mondo e decisamente lontano da quello degli allevamenti industriali.

Dopo diverse ore arriviamo in vista del lago Erdemolo dove si trova il rifugio che ci ospiterà per la prima notte. Sulle rive del piccolo specchio d’acqua, dall’alto si vedono le famiglie che giocano e fanno il bagno ma, dopo una discesa discreta, scopriamo che il rifugio è chiuso, la bandiera no esposta al vento ci aveva già acceso la lampadina di allarme. Approfittiamo , comunque, per una breve sosta e per mettere a mollo i piedi accaldati. Come spesso accade ogni situazione, anche quella che a prima vista sembra negativa , presenta un lato buono da considerare e, infatti, la forzata ripartenza per una sistemazione più lontana ci permetterà di conoscere la suggestiva Val Laner. Mentre ci apprestiamo ad oltrepassare il torrente che la solca spumeggiante troviamo che indicano a sinistra la direzione da seguire per gli abitati più alti della valle dei Mocheni, un forte richiamo che per il momento dobbiamo lasciare in attesa. Prendiamo, invece, l’altro versante per risalire uno dei più bei boschi incontrati. Un piccolo ruscello che gioca a scomparire e riapparire tra le rocce accompagnerà la nostra marcia. Ci vorranno ancora due ore di cammino per arrivare al prossimo rifugio. L’ultima fatica della giornata sarà proprio allietata dal suono delle acque che corrono parallele al sentiero e che ci disseteranno a dispetto della giornata molto calda. Proprio questo rivolo d’acqua cristallina darà il via ad una pratica che diverrà usuale nei giorni successivi e per fare fronte al nostro approvvigionamento di riserve idriche, quella di riempire le borracce direttamente nei corsi d’acqua. In un tracciato che si preannunciava scarso di acqua non esiteremo a farne scorta dove capiterà. Sarà di grande soddisfazione, pari al cogliere i frutti direttamente dagli alberi, potersi dissetare nei ruscelli limpidi.

Alle 18 siamo al rifugio Sette Selle, splendida costruzione in pietra e legno collocata in un valloncello di incredibile bellezza. Il gestore e il personale di servizio si prodigheranno per trovarci due posti per dormire nonostante il tutto esaurito. Una buona cena a base di polenta e formaggio ci restituiranno le energie per il giorno dopo.

Il momento di riposo in questo luogo suggestivo ci darà anche il tempo per conoscere i nuovi fruitori delle montagne . Era qualche tempo che io e Gianni mancavamo nella frequentazione dei rifugi gestiti, quelli dove arrivano i camminatori abituali e quelli della domenica. Qui si posso incontrare le varie tipologie di escursionisti e conoscerne le loro più o meno bizzarre abitudini. L’occasione ci farà scoprire una delle ultime usanze ( ma forse siamo già preistorici e ben altro sta avanzando..) ; tra gli ospiti c’è un padre di famiglia sulla cinquantina con figli e parenti al seguito che poco prima della cena tira fuori l’asso dalla manica che stupirà il pubblico presente. Non esistono altitudini impossibili, mete inarrivabili e neppure il peso e l’ingombro da portare nello zaino, la tecnologia non ha limiti. Tira fuori un drone(!) e lo guida con il suo telecomando verso quote più elevate. In pochi secondi il ronzante volatile elettronico interrompe la quiete che si respirava sulla terrazza e vola alto nel cielo per far vivere a chi è rimasto a casa visuali nuove che la nostra povera reflex e le semplici condizioni umane non possono permettersi…

Il giorno dopo riprendiamo il cammino , Gianni, nonostante l’operazione subita e il lungo periodo di convalescenza , sembra che regga abbastanza bene la prova ma, forse, è solo la sua voglia di camminare e di conoscere che gli fa superare, per il momento, dolori che alla distanza, lo fermeranno.

Ancora boschi di conifere, pascoli, infinite pietraie, l’incontro con una piccola vipera che lasciamo sfilare lentamente, qualche famiglia che si cimenta con passeggiate giornaliere e la temperatura che sale. Molti saranno i passi che saliremo; quello dei Garofani, il Cagnon, lo Scalet, il Cadin. Tanti saliscendi e lunghi traversi sugli insidiosi ghiaioni che si sono formati sotto le cime. Nonostante la fatica e il sudore saranno sempre il buonumore e la voglia di cogliere i particolari di ogni tratto di percorso a spingerci verso la meta successiva. Proprio per arrivare al Passo Cadin , luogo ideale per la pausa del pranzo decideremo di togliere gli scarponi e camminare scalzi sul cuscino soffice e verde del pascolo che copre l’intero pendio. Camminare in mezzo ad una natura incontaminata come quella dei luoghi incontrati ci spinge a cercare il contatto con gli elementi naturali che la compongono. Erba, rocce, acqua che richiamano i nostri istinti primordiali a risvegliarsi e ci invitano a camminare scalzi o a immergerci nelle acque gelide e tonificanti. Il ritorno a queste pratiche spesso abbandonate o dmenticate dal cittadino frettoloso ci restituisce particolare piacere , sensazioni intense ed estreme di calore e freddo che riescono ad armonizzarsi con il contesto vissuto e con il nostro organismo rivitalizzato.

Siamo quasi giunti al termine della seconda tappa e , anche oggi, alla fine, saranno otto ore di marcia che ci porteranno a raggiungere il bivacco ANA di Telve in località i Manghetti. Un luogo suggestivo oggi, un punto strategico durante la guerra, due baraccamenti oggi restaurati con sapienza dagli alpini ad uso rifugio non custodito. Nonostante le alte temperature di questi giorni che poco differiscono da quelle sopportate in pianura e l’impossibilità di usufruire di acqua corrente per lavarsi decidiamo di accendere la stufa con la legana disponibile. Il sudore si sta raffreddando sui nostri corpi e la sensazione di stanchezza che si percepisce è maggiore di quella reale. Il fuoco con i suoi colori è l’altro elemento naturale capace di ravvivare il corpo e la mente nei momenti più significativi. La cena può attendere, prima vogliamo partecipare a quel momento magico che si vive al tramonto. Così ci arrampichiamo sul pendio dietro il rifugio camminando su un tappeto erboso di mirtilli e rododendri per arrivare su un piccolo colle. Il panorama in questo punto non è ampio , si intravede il Passo Manghen da cui transiteremo il giorno dopo , ma il profilo di Gianni in controluce al cielo rossastro , per un attimo, fa pensare alla figura del soldato che per molto tempo avrà vigilato su questi orizzonti.

Se certi scenari naturali sanno alimentare la fantasia e l’immaginazione del viaggiatore, altre situazioni richiedono ben altre capacità e a volte non sono sufficienti. Ciò accade quando decidiamo di consumare la minestrina liofilizzata ai funghi( rigorosamente porcini recita la confezione!..) ; uno sforzo innaturale per immaginare e apprezzarne i suoi ingredienti!

Con questa poltiglia insipida sullo stomaco e per ovviare alla mancanza di illuminazione e di candele decidiamo di anticipare l’ora del riposo. Un recupero maggiore tornerà utile per la nostra marcia dei prossimi giorni.

Il momento dedicato alla cena e i colori goduti al tramonto saranno anche momento per analizzare la giornata appena conclusa e, con Gianni, concordiamo che l’immagine che più ci ha colpito oggi non è stata quella delle panoramiche sulle cime osservate che i tanti crinali percorsi ci hanno offerto. La vista più bella è stata quella della Val Calamento, una conca verdissima, posta a sud della catena dei Lagora iche ci ha impressionato per la sua conformazione , per i pascoli , per i boschi che la incanalano verso la val Sugana e pre quella malga posizionata al margine dei prati sul versante assolato. Un opera perfetta del Creato. La conclusione a cui siamo giunti oggi non sarà diversa da quelle di altri giorni di cammino su questa dorsale montuosa di porfidi e ciò mi farà capire cosa andassi cercando nel mio peregrinare…. . Fine 1° parte.

Nino Guidi

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