Trekking in Trentino

Lagorai, le montagne infinite – parte 2

Trekking in Trentino

escursioni trekking trentino LagoraiAlle prime luci del giorno siamo svegli, il sonno leggero dovuto anche alle temperature della notte non hanno favorito un riposo profondo ma sufficiente per rimettersi in marcia. Gli animaletti (topolini e ghiri) che di solito popolano i ricoveri lasciati per lunghi periodi senza custodia sembra che non abbiano fatto scorribande notturne, i viveri non sono stati rosicchiati. Ricomponiamo i nostri zaini e via, verso il Passo Manghen dove sappiamo che potremo fare provviste.

Al Passo, unico valico stradale che attraversa i due versanti della catena dei Lagorai, sono di casa i motociclisti che incontreremo proprio al nostro arrivo. Nel rifugio/ristorante il personale gentile ci offre una calda accoglienza e qui ci godiamo una tranquilla e ricca colazione. Acquistiamo del formaggio e del pane e ripartiamo. Non è un a tappa molto lunga sulla carta, ma noi troveremo il modo di arricchirla in ore di percorrenza e in esperienze vissute. I radi boschi di larice e l’elemento simbolo di queste boscaglie, “l’Eterno”, un lungo tronco secco, alto, argenteo, quasi fossilizzato di cui non si conosce l’età, segnano il passo tra il bosco e l’ambiente lunare delle infinite pietraie interrotte qua e là da alcuni laghi di una bellezza incredibile, specchi di cristallo che man mano che rasentiamo le loro rive cambiano il loro colore dal verde smeraldo all’argento o al blu cobalto. Proprio il lago delle Stellune, che ammiriamo dall’alto durante una pausa pranzo, è uno dei più belli che troveremo. Nonostante i panorami fantastici sulle cime che spaziano fino ai confini tra Italia e Austria e che abbiamo goduto dalle quote raggiunte, ancora una volta sarà qualcosa più in basso ad attirare la nostra attenzione. Oggi la meta finale prevederebbe l’utilizzo di una piccola tenda da piantare in riva al lago delle Stellune oppure di allungare il tragitto e usufruire del ricovero presso la malga omonima. La tenda non era prevista nei nostri equipaggiamenti (anche per vari motivi legati alla riproposizione futura di questo programma), così optiamo per la seconda soluzione.

Anche in questa occasione il piccolo sforzo richiesto per arrivare al bivacco sarà motivo di grande soddisfazione, ben oltre le aspettative. Saliamo, pertanto, un ultimo colletto e sorpresa! Dall’altra parte si apre ai nostri occhi la fantastica val Moena, lunga e verdissima, una felice replica della Val Calamento con diversa conformazione. In basso si vede la prima struttura che dovrebbe essere il bivacco per la notte e in lontananza altri edifici di maggiori dimensioni che dalla mappa risultano malghe gestite. Con un’oretta di discesa arriviamo al bivacco rudimentale di legno e pietra. Una parte dell’edificio, ad uso privato, è chiuso mentre l’altra parte più spartana è costituita da una unica stanza con una vecchia stufa, una rete datata e un tavolaccio per mangiare. Non è un gran che a dire il vero, ma quello che si gode all’esterno ci fa accettare il disagio per la notte. Togliamo, finalmente, gli scarponi e la vasca/fontana in legno scolpito ci invita a immergersi, un toccasana per le nostre gambe! Sono appena le diciotto, le fatiche e il caldo di questi giorni, inimmaginabili a queste quote, ci hanno fatto consumare più riserve alimentari di quanto pensassimo, urge fare nuove scorte. Abbiamo ancora tre ore abbondanti di luce per arrivare alle malghe più a valle e sperare di trovare dove comprare del formaggio, così lasciamo i nostri zaini davanti al ricovero e ci incamminiamo. Lentamente la valle si allarga, i boschi si infoltiscono e il torrente si fa più placiddo e largo. Dopo alcuni chilometri arriviamo alla malga preceduta da un piccolo ricovero (scopriremo dopo a cosa serve) e da boschi di larice costituiti da esemplari di notevole grandezza. Questi giganti del bosco, probabilmente, rappresentano uno dei validi esempi di adattamento del suolo alle attività agricole come pascolo arborato a larice, frequentemente usato dagli allevatori su queste montagne. La malga è un grande edificio adibito a stalla e a fianco c’è una bella casetta che ospita i gestori. La porta è aperta, si vedono gli interni ma nessuna traccia dei suoi abitanti. Poco dopo scopriamo che si trovano in stalla impegnati nelle operazioni di mungitura, centoventi mucche che una coppia alleva con grande lavoro. La nostra vista li distoglie dalle loro mansioni e comprendiamo che non siamo capitati nel momento migliore. Domandiamo, con un poco di disagio, se hanno produzione di formaggio ma non è il loro caso; il marito, con fare brusco ci spiega che il loro latte va tutto al caseificio e che non hanno tempo per noi.

Torniamo sui nostri passi e sulla strada del ritorno valutiamo il da farsi. Per la cena qualcosa ancora c’è ma la colazione scarseggia e la tappa del giorno dopo sarà la più lunga e impegnativa di tutte quelle effettuate finora. Mentre risaliamo, ci superano alcune persone che con passo spedito e occhio attento verso i pendii posti ad est scrutano probabili presenze di ungulati, più indietro un gruppo di signore sembra li segua con passo più tranquillo. Di lì a poco scopriamo che i camminatori occupano una bella baita vista in precedenza. Decido che è arrivato il momento di stabilire quei contatti immaginati leggendo le storie su Meridiani e che fino ad oggi sono mancati, quelle situazioni che unite a certi paesaggi goduti delineano il tipo di viaggio che sto cercando. Risalgo veloce la stradina che conduce alla baita e saluto gli occupanti. Qualche domanda di circostanza e la conversazione prende corpo. Hanno un cannochiale piazzato sulla terrazza e stanno osservando i camosci. La loro insistenza nel buttare l’occhio sul mio adesivo dell’associazione guide cucito sulla giacca e le domande che mi rivolgono mi fanno capire che stanno indagando da che parte sto, tra i cacciatori o i presunti ambientalisti. La loro disponibilità apre la strada a possibili soluzioni per una notte un po’ più comoda da trascorrere nel ricovero vicino alla malga. Racconto loro dell’incontro con il malgaro e degli scarsi risultati ottenuti e così arriva l’invito a cena. Nel frattempo Gianni, che mi atteneva sotto, aveva fatto conoscenza con le signore che si erano quasi ricongiunte ai mariti e che l’avevano invitato a cena. Torniamo così al ricovero a recuperare gli zaini e per la seconda volta ripercorriamo la valle che con il calare del sole diventa ancora più suggestiva. Ci sediamo intorno alla grande tavolata, ospiti di alcuni rappresentanti della Magnifica Comunità di Fiemme, antica e forte istituzione nata nel medioevo per volere del vescovo di Trento e che amministra con attenzione e secondo le antiche regole un patrimonio fatto di boschi, pascoli e immobili di dimensioni inimmaginabili. La cena sarà abbondante e molto buona come altrettanto simpatica e interessante sarà la compagnia, un mix di cacciatori e difensori dell’ambiente che sembra, a queste latitudini, possano convivere con buone possibilità. Dalle conversazioni che accompagnano il bel momento conviviale si comprende il forte senso di appartenenza al proprio territorio, alle sue ricchezze e a quella Magnifica Comunità i cui membri si chiamano “vicini” e nella quale non è facile entrare. Non basterà la cena offerta che ci vorranno dare anche le provviste per il giorno dopo. Un bel momento da ricordare e non sarà l’unico. Ora i posti letto sono diventati otto, il ricovero è più confortevole anche se il passaggio evidente dei roditori ci spingerebbe a riposare in stato di guardia. Sono le 5.30 del mattino e lo scampanellio delle mucche stabilisce l’inizio del nuovo giorno. Ci prepariamo la colazione ma vedo che Gianni si muove a fatica, il piede sinistro fa i capricci. Le prova tutte: pomate, massaggi, fasciature ma sento che il suo viaggio sta per finire.

Non dico nulla, lui tenta qualche passo verso il bosco ma, visto che mancano ancora tre giorni di cammino, il tratto più lungo, faticoso e difficile del percorso, concordiamo che non è il caso per lui di rallentare la marcia o rischiare inutilmente. Un abbraccio con la promessa di rivederci alla fine della settimana, poi lui va a destra. Con quattro ore di marcia e inevitabili conseguenti vesciche arriverà a Cavalese, trascinandosi la gamba dolorante.

Io prendo a sinistra per risalire per la seconda volta la Val Moena. Superato il Baito delle Stellune con il suo vago aspetto di ranch americano inizio a salire verso Forcella del Bus della Neve dell’ Or. Il sentiero è irto e non da tregua, un percorso tortuoso con qualche semplice passaggio in cui è necessario trovare appigli. Assorto nei miei pensieri e con lo sguardo basso attento al terreno, improvvisamente sento un odore forte davanti a me, sollevo gli occhi e rimango bloccato. A pochi metri un camoscio morto da qualche giorno sbarra il sentiero, la sua pelliccia e il muso sono ancora integri, solo una parte di una zampa posteriore risulta sfibrata e coperta di mosche. La causa di quella morte? Un cacciatore , incontrato a sera. azzarda l’ipotesi della rogna che colpisce il 70% dei camosci e che si infila sotto pelle, spingendo l’ungulato a scorticarsi per il prurito fino ad impazzire e a cadere dai dirupi. L’incontro con questo esemplare mi ha lasciato triste e sconcertato. Riprendo il cammino , oggi le pietraie sono ancora più estese e anche i resti delle postazioni militari. L’ambiente è grandioso, ancora più lunare, attraversare da solo questi pendii rocciosi fa percepire la presenza dei grandi massi come qualcosa che schiaccia mentre il suono sordo degli scarponi che passano da un appoggio all’altro riecheggia nel silenzio surreale che aleggia intorno. Tutto ciò fa sentire quanto siamo piccoli di fronte a questi paesagggi severi, quasi una situazione di spaesamento.

La temperatura sale e con essa anche la necessità di bere, la sudorazione è grande e si sente la necessità di non rimanere senza scorte idriche. Procedo in salita con un passo lento e regolare che mi permette di osservare ciò che si muove intorno, ogni tanto arriva il fischio delle marmotte a rompere il silenzio surreale, tane vecchie e buche nuove appena completate danno l’idea di quanto lavoro intenso svolgano questi mustelidi con le loro zampe. Anche un’altra vipera si presenta sul mio percorso, piccola come la prima, ma questa è un aspis: livrea diversa e atteggiamento più agguerrito. La lascio mettersi al riparo, in difesa e vado oltre.

Ogni tanto le pietraie che rendono il percorso classificabile come un itinerario per escursionisti esperti a causa di tratti esposti e passaggi di 1° grado lasciano spazio a conche dove giacciono piccoli laghi glaciali .

Sono in vista della della Forcella Litegosa e sul crinale si intravedono gallerie e resti di baraccamenti bellici ma davanti a me si apre una finestra grandiosa, quella sulla Val Lagorai e il suo fantastico lago omonimo. E’ il più grande e suggestivo specchio lacustre dell’intera catena: sembra un lago americano di un blu incredibilmente intenso, circondato dai boschi fino sulle sue rive e con alcuni tronchi che galleggiano nella zona centrale. Alla testa della valle, vicino alla riva si trova una malga gestita in estate, un luogo che si dice fosse utilizzato per il culto in epoche preromane. Decido di prendermi un po’ di tempo davanti a questa cartolina, farò la pausa pranzo e il punto della tappa. La vista sul lago e sulla sua valle verde mi spingono in quella direzione, modifico il mio programma seguendo le mie sensazione e mettendo in secondo piano il percorso strutturato che la segnaletica suggerisce. Inizio la discesa attraverso i pascoli passando vicino al lago Pieroni e voltandomi, sopra un grosso masso arrotondato vedo un bel gregge di pecore che pascola indisturbato, un’immagine di grande pace e armonia.

Con diversi tornanti ripidi arrivo ai margini del grande lago Lagorai e mi fermo per una breve sosta nei pressi di una cascata, giusto il tempo per riempire la borraccia. Riparto con l’idea di raggiungere una malga in una valle parallela; il sentiero riprende a salire ripido nel bosco. La traccia è incerta e si capisce che è poco frequentata, un sentiero non banale che è la riprova che i percorsi che si sviluppano sui fianchi dei Lagorai, indipendentemente dal loro tipo di fondo, sono comunque impegnativi e richiedono attenzione costante. Un bosco intricato che si alterna a radure di piante nitrofile riveste i pendii di questo tratto della Val di Fiemme. Alle 18 circa, finalmente e abbastanza provato dalla lunga giornata, sono nella valle dove si trova la malga che, spero, potrà darmi ospitalità per la notte. Di fronte a questa si trova una bella casa in stile alpino dove alcune coppie stanno prendendo il sole mentre i loro bambini seminudi e a piedi scalzi corrono nel prato. Mi avvicino e domando se conoscono strutture di ospitalità verso valle, la risposta è Ziano di Fiemme sei chilometri più giù. Vado oltre e rivolgo la stessa domanda ai pastori della malga che si accingono alla mungitura: nulla, loro non hanno posti letto e la destinazione rimane Ziano. Nel frattempo una gentile donna del gruppo appena conosciuto mi si fa incontro e mi propone, vista la distanza dal centro abitato che devo raggiungere, di cenare con loro e discendere insieme a tarda sera. Accetto volentieri e presto ci ritroviamo intorno ad un tavolo imbandito con delle buone pietanze. Un’allegra compagnia con cui imbastire un interessante scambio di opinioni e un’occasione per conoscere meglio alcuni aspetti della vita della comunità trentina. Anche tra loro ci sono cacciatori ma la cosa singolare è che scopro che i commensali sono amici stretti di quelli che ci hanno ospitato il giorno precedente in Val Moena. Involotariamente e idealmente ho unito le due compagnie di amici che non erano a conoscenza della reciproca dislocazione in quelle giornate di relax.

Accompagnato a Ziano trovo alloggio in un piccolo albergo. Il gestore, originario del luogo , rimane sorpreso della mia provenienza, da giovane ha studiato Architettura a Firenze con un mio concittadino coetaneo che conosco da tanti anni e che abita a poche centinaia di metri dalla mia abitazione. Curiose situazioni di un mondo immenso e piccolissimo al tempo stesso. Dopo una notte di buon riposo e una doccia tonificante sembrano cancellate in un colpo le infinite ore di cammino dedicate a questo trekking, le mie rotule sono tornate come nuove e sono pronto per ripartire.

Un breve giro nel centro storico di Ziano e un po’ di tempo dedicato a fare provviste in funzione dei pernotti in bivacco dei prossimi giorni e delle lunghe tappe che mi aspettano. Per ultimo una breve sosta in un bar particolare “Il Bunker”. Mi aveva incuriosito passando nel mio tragitto verso la chiesa, posto in posizione defilata verso le case più vecchie e distante dagli esercizi commerciali più frequentati. Nell’ottica di un equa distribuzione delle economie decido di fermarmi qui per un caffè prima della nuova tappa. Entro, atmosfera tranquilla, arredi degli anni ‘50 , una simpatica signora dai capelli rossastri accoglie i clienti con discreta cortesia e attenzione. Gli avventori abituali sono boscaioli o residenti in età di pensione, mi colpisce che tutti stiano facendo colazione con pane e salame bagnati da un bicchiere di vino, vecchie e sane abitudini di chi deve consumare energie fisiche per molte ore di lavoro. Decido di unirmi a questo inaspettato banchetto e, poi, via su per i monti.

Superato il torrente Aviso, per diverse ore risalgo i pendii boscosi alternando tratti di sentiero a tracce di animali che mi portano ad incontrare qualche cervo. Alle 13 raggiungo il rifugio Cauriol passando, prima, davanti alla Malga Sadole che prende il nome da un piccolo altipiano posto alla testata della valle e che è stato punto strategico della Prima guerra.

Le informazioni raccolte il giorno prima e ciò che scoprirò di lì a breve, unite alla lettura dello “strillo” del giornale locale dove si annuncia la chiusura imminente del centro per le nascite (?), mi muovono alcune domande e mi chiedo per quale motivo in questa fiorente vallata e nel Trentino che sembra godere di buona salute accadano certe situazioni, chissà… Forse anche la Magnifica Comunità di Fiemme in tempi di crisi e globalizzazione ha perso un poco del suo splendore?

Un cacciatore che in Val Moena mi aveva invitato alla sua mensa mi aveva consigliato, a più riprese, di appoggiarmi per la notte alla malga Sadole che poteva vantare prezzi super economici.

Quando vi transito davanti vedo che i tavoli sono tutti occupati dagli escursionisti per il pranzo e che è stato affisso un cartello che avverte che le piazzole per il campeggio sono gratuite. L’avviso si conclude con grande punto esclamativo, quasi a sottolineare che per altri vicini non è così…

Io, invece, decido di fare sosta al rifugio che sembra quasi vuoto, condizione abbastanza inusuale per i tempi e il contesto. All’interno si trova un piccolo e ricco museo di reperti bellici, nell’attesa dedico un poco di tempo a questi tristi cimeli. Un oggetto attira la mia attenzione, i sovrascarpe di corda cuciti dalle donne di Fiemme per le truppe austriache. Ancora una volta si legge e si scopre di situazioni umane in cui, pur stando su fronti opposti e rispettando le condizioni di guerra decise ad altri livelli, il rispetto per l’altro rimane saldo al di sopra di ogni altro valore.

Nel frattempo il gestore mi accoglie offrendomi un piccolo assaggio; persona affabile e loquace che si presenta ai clienti come il nuovo gestore, subentrato da una settimana al precedente. Ora si spiegano tante cose e il cartello fuori della Malga Sadole. Il comune, proprietario del rifugio, ha dovuto indire, in fretta e furia, una gara per una nuova assegnazione della sttrutura rischiando, altrimenti, di lasciarlo chiuso nel bel mezzo della stagione estiva. Riunendo le fila di altre affermazioni del gestore e di notizie recuperate comprendo che c’è un poco di ruggine tra le due strutture concorrenti e questa forse è la motivazione probabile dell’abbandono della gestione precedente. Finita la mia polenta e salutati tre simpatici asini che pascolano nei dintorni, mi metto in marcia.

L’itinerario è lungo e faticoso, prima per boschi e, poi, di nuovo in alto tra pascoli e pietraie. Alle 18 sono al Coldosolè, tra cime che sbucano tra le nebbie e marmotte che fuggono fischianti.

Il gestore del rifugio Setteselle mi aveva parlato di un nuovo bivacco posto proprio sul colle e inaugurato appena un anno fa. Sul Passo incontro un altro escursionista, uno dei rari trovati durante il trek e anche lui alloggerà nel bivacco. Andiamo insieme verso la struttura, un piccolo gioiello in legno con otto posti letto e una efficiente cucina economica. Fuori la legnaia per la stufa e un piccolo pannello solare per l’illuminazione interna e per la ricarica di apparecchi elettronici. Come scriverò a ringraziamento sul libro delle presenze del rifugio “ … continua l’opera importante e significativa, ora su altri fronti, degli Alpini che hanno costruito anche questo manufatto”. Con Luigi, il coinquilino della serata, si instaura subito un bel rapporto, c’è sintonia su molti argomenti e non solo perchè accomunati dalla stessa passione. Accendiamo il fuoco, prepariamo la cena che consumeremo nel tepore dell’alloggio mentre fuori la nebbia continua a salire. L’indomani dopo la condivisione della colazione, ci mettiamo in marcia con partenze leggermente sfalsate. La direzione è la stessa, per la continuazione insieme vedremo strada facendo visti i programmi diversi. Luigi, medico veronese, mi anticipa di una ventina di minuti, l’ambiente anche oggi si presenta molto severo e impegnativo. Camminiamo lungo tratti di mulattiere militari, superiamo un paio di colli e due laghi molto suggestivi, quello delle Trote e quello Brutto (?). Arriviamo al Bivacco Paolo e Nicola, altra confortevole struttura il legno dedicata a due ragazzi, quasi trentenni, morti in montagna negli anni ‘70. Qui incontriamo anche una giovane famigliola con un bel cane al seguito; pochi minuti di sosta per non raffreddarci e proviamo a mettere in pratica l’idea di salire la Cima di Cece 2750 mt., la più alta della catena dei Lagorai, nonostante le nuvole che stanno modificando rapidamente il panorama. Con passo deciso saliamo in modo costante verso l’attacco della cresta ma a quel punto il meteo peggiora decisamente e la cima si perde quasi completamente nella nebbia. La situazione fa pensare che ciò non durerà poco e le previsioni si rivelano azzeccate. La conquista della vetta mi avrebbe portato a modificare i piani della giornata e del trek ancora una volta facendo in modo che rientrassi, poi, al bivacco appena visitato in compagnia di Luigi.

Io decido di rinunciare alla salita di Cima Cece e pertanto le strade mia e di Luigi divergono: lui tenterà lo stesso la salita in vetta mentre io proseguo verso la Forcella omonima. Un’ora e mezzo, in parte sotto un temporale, tra pietraie e terreno infido, per arrivare alla sella a 2300 mt.

Sono ad un punto cruciale del mio viaggio: ho davanti tre soluzioni ma le idee sono ben chiare, prima del termine voglio conoscere le popolazioni che abitano questi monti, le loro malghe e quanto possa farmi comprendere come si è evoluta la vita su questi monti. Piego a destra lungo un ripido ghiaione che mi porta sul versante meridionale dei Lagorai, quello meno adatto allo sviluppo turistico ma più autentico. Sono alle porte dello stupendo Parco delle Foreste di Paneveggio, le infinite pietraie hanno lasciato il posto alle infinite foreste di pino, definito anche di risonanza, per certe eccezionali caratteristiche acustiche che lo hanno reso famoso per la produzione di violini.

Alla fine del ghiaione la valle si apre e la pendenza si riduce decisamente; raggiungo la Miesnotta di sopra, due caratteristici edifici in pietra e un discreto branco di pecore allo stato libero. Passo in mezzo a loro e sorpresa! trovo due agnelli nati da pochi minuti, si reggono a stento sulle loro esili zampe , alternano qualche passo incerto alle poppate attaccati alla madre che si trascina ancora la lunga placenta. Spettacoli della natura che capitano raramente!

Questo ultimo evento mi convince della scelta fatta, sto entrando nella dimensione che andavo cercando da giorni. Supero il gregge che mi osserva e pare avrebbe qualcosa da obiettare sulla mia intrusione; scendo alle malghe più in basso e incontro un giovane pastore, biondo e riccioluto che con la sua motoretta e il cane sta salendo a radunare le pecore prima del tramonto. Lo avverto dell’ultima nascita e chiedo per l’ospitalità in zona, mi dice di scendere a Caoria, il centro abitato più vicino. Un peccato dover calare di quasi 800 metri, perchè dopo scoprirò che la malga superiore è stata restaurata ad uso bivacco e ha quindici posti letto. Calando a valle, mi ritrovo su un percorso etnografico realizzato dall’Ente Parco di notevole interesse come anche il museo istituito a Caoria e il suo caratteristico centro abitato.

Nella discesa lungo gli immensi boschi che ammantano i fianchi della valle trovo anche un bel fungo porcino di discrete dimensioni che regalo ad un giovane che qualche chilometro più avanti mi risparmia l’ultimo tratto di strada per raggiungere l’unico albergo di Caoria.

In questi giorni la temperatura che ha sfiorato i 37 gradi, decisamente inusuale per questi ambienti e altitudini, unita al trekking impegnativo, mi hanno fatto spendere molte più energie di quanto immaginato. La giornata successiva la dedico alla visita del villaggio e alla conoscenza della sua interessante storia. I pannelli didattici distribuiti nelle strade del centro e su verso le baite ancora ben conservate mi fanno conoscere le abitudini locali, l’origine di certi toponimi, le attività che nel tempo si sono sviluppate e altri aspetti di questa comunità che nei secoli ha modellato il territorio e ad esso si è adattata rispettandolo, conscia di quanto potesse offrire. L’avventura è ormai al termine, la traversata dei Lagorai si è conclusa in modo diverso da quanto ipotizzato inizialmente ma questa parentesi finale nelle Foreste di Paneveggio, con gli abitanti de “la Val” come piace a loro definirsi, hanno lasciato un segno importante nell’esperienza vissuta e una porta aperta su un mondo che merita una conoscenza più approfondita.

Ci sarà spazio per i Mocheni, per la Valsugana e altro ancora, magari nella veste autunnale quando i boschi di abete alterneranno le loro gradazioni di verde a quelle rosse dei larici e dei faggi, magari con un altro trekking di scoperta.

Nino Guidi

 

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